Oro Bistrot, i grandi cocktail cambiano epoca sulla terrazza dei Fori Imperiali a Roma

Otto signature e quattro analcolici compongono Back to the Bar, la drink list di Daniele Zandri all’NH Collection Roma Fori Imperiali. 

Menta e dragoncello in infusione, una chiarificazione allo yogurt ai mirtilli e un classico da riscoprire. Lo Stingless di Oro Bistrot nasce dallo Stinger, il cocktail di cognac e crème de menthe, ma ne cambia consistenza e percezione aromatica. È uno degli otto signature di Back to the Bar, la drink list con cui il bar manager Daniele Zandri rilegge un secolo di miscelazione sulla terrazza dell’NH Collection Roma Fori Imperiali. Ricette storiche, spesso lontane dalle ordinazioni più abituali, diventano il punto di partenza di un lavoro su ingredienti, proporzioni e modi di servire.

Il progetto si inserisce nell’offerta del ristorante e cocktail bar di via di Sant’Eufemia 19, dove la cucina dell’executive chef Natale Giunta, affiancato dal resident chef Kerim Montinaro, incontra una proposta beverage costruita per accompagnare momenti diversi della serata. Dai cocktail alla selezione dei vini, il filo conduttore è l’attenzione al gusto dell’ospite e al rapporto con il cibo.

Una terrazza romana con una precisa identità al bar

Al sesto piano, l’affaccio comprende i Fori Imperiali e l’Altare della Patria, mentre lo sguardo arriva fino alla cupola di San Pietro. La posizione definisce il carattere di Oro Bistrot: un indirizzo nel centro monumentale di Roma, all’interno di un hotel cinque stelle, dove l’aperitivo e il dopocena condividono il panorama con il ristorante. 

Zandri è arrivato nel 2023, dopo esperienze nell’hôtellerie di lusso e in locali di alta gamma. Da allora ha lavorato per dare al cocktail bar una riconoscibilità legata alle sue ricette. Il confronto con gli ospiti, la presenza in sala e la formazione del personale accompagnano la ricerca al bancone. La carta diventa così uno strumento per avvicinare anche chi non conosce la storia della miscelazione a nomi e preparazioni meno frequentati.

Il riferimento cinematografico di Back to the Bar è Ritorno al futuro, il film del 1985 con la DeLorean trasformata in macchina del tempo. Zandri ne riprende l’idea per immaginare come sarebbero nati oggi alcuni cocktail del passato, disponendo degli ingredienti e delle tecniche attuali.

Una serata con Alejandro Mazza e Código 1530 Blanco

A questo percorso Oro Bistrot ha dedicato la serata del 21 ottobre, con Daniele Zandri al bancone e Kerim Montinaro in cucina. Accanto a loro, Alejandro Mazza, ambassador di Pernod Ricard, ha portato il proprio contributo con Código 1530 Blanco. Una presenza legata all’appuntamento, che ha aggiunto al racconto della drink list un approfondimento sul tequila e sulle sue possibilità nella miscelazione.

Prodotto ad Amatitán, nello Stato messicano di Jalisco, Código 1530 Blanco nasce da agave al 100% e non prevede affinamento in legno. La scheda del produttore ne descrive il carattere erbaceo, i profumi di menta, erba e fiori, con richiami al pepe nero e agli agrumi nel finale. Caratteristiche che aiutano a leggere il distillato a partire dalla materia prima, un aspetto coerente con il metodo di Back to the Bar. Pernod Ricard

Il metodo parte dalla ricetta originale

La ricerca di Zandri attraversa il periodo compreso tra il 1880 e il 1980. Il punto di partenza è l’assaggio del cocktail nella sua formulazione storica, necessario per comprenderne struttura, intensità e rapporto tra le componenti. Il lavoro successivo riguarda gli elementi da conservare e quelli da modificare per avvicinare il drink alla sensibilità contemporanea.

Diverse ricette selezionate appartengono alla tradizione dei dopocena, con una componente alcolica marcata. La rilettura interviene sulle proporzioni, sulle infusioni e sulle consistenze, cercando una maggiore bevibilità. L’alleggerimento della struttura si affianca alla ricerca aromatica, senza trasformare l’intera carta in una proposta uniformemente a bassa gradazione.

Anche il menu sostiene questo confronto: le creazioni contemporanee dialogano con i riferimenti alle preparazioni storiche. Conoscere il punto di partenza permette di riconoscere le scelte del bartender, dalla sostituzione di un ingrediente al diverso equilibrio tra dolcezza, freschezza e intensità alcolica.

Dall’Irlanda al Messico passando per i Caraibi

Brewery N.1 prende le mosse dal Tipperary N.1, a base di Irish whiskey. Il riferimento irlandese si amplia attraverso l’impiego della birra, che entra nella costruzione del cocktail e ne modifica la struttura. Nella rilettura trovano spazio whiskey infuso con IPA, stout, vermouth bitter e cardamomo. Il distillato resta centrale, affiancato da ingredienti che richiamano la cultura brassicola del Paese. 

Con lo Stingless il lavoro riguarda invece il rapporto tra cognac e menta. All’infusione di menta e dragoncello si aggiunge la chiarificazione allo yogurt ai mirtilli, scelta per attenuare la pungenza del classico. Anche il nome racconta la trasformazione: il riferimento allo Stinger resta evidente, mentre la nuova formulazione ricerca un’impressione più morbida.

Il Messico entra in carta con Flaco, ispirato al Batanga e alla figura di Don Javier Delgado Corona, il bartender che lo rese celebre. Alla sua storia appartiene anche il gesto di mescolare il cocktail con il coltello. Oro Bistrot conserva il legame con questa tradizione e lo accompagna con un dettaglio commestibile che richiama il suo protagonista. La presentazione più slanciata e la revisione della ricetta fanno parte dello stesso lavoro di interpretazione.

Il percorso caraibico prosegue con ’Ti Touch, evoluzione del ’Ti Punch delle Antille francesi. Qui la rilettura introduce note di banana e falernum al vetiver. Il riferimento alla preparazione originaria si arricchisce di una componente aromatica che rende riconoscibile la nuova versione. Sono esempi diversi di uno stesso metodo: partire da una ricetta identificabile e motivare ogni intervento successivo.

Il Giappone di Tenshi no Kao e il vino nel Moonlight

Tenshi no Kao, traducibile come “volto d’angelo”, porta l’Angel Face in un contesto giapponese. È una delle interpretazioni più articolate della lista, perché il cambiamento coinvolge gli ingredienti che definiscono il classico. La nuova costruzione utilizza sakè, shochu di patate e amaro di goya, con un cordiale di mela Granny Smith. Il nome mantiene il rapporto con l’originale, mentre la ricetta esplora una diversa combinazione di frutto e componenti aromatiche. 

Per chi segue il mondo del vino, Moonlight offre un altro motivo di interesse. La rilettura dell’Aviation combina gin navy strength e Chardonnay con aloe, rosa, sambuco e violetta. Il vino entra nella composizione insieme al distillato e agli elementi floreali, ampliando il campo degli ingredienti utilizzati al bancone. 

Smoking riparte invece dal Tuxedo. Gin e vermouth di Chambéry incontrano richiami al tabacco, componenti amare e affumicate, fino all’affumicatura con noce americana. È una lettura che concentra l’attenzione sulla parte olfattiva e sul modo in cui la preparazione influisce sul servizio. 

Carré Étrangère, infine, interpreta il Vieux Carré di New Orleans con white whiskey, bourbon, Dubonnet, prugna damson, timo e bitter. 

La cucina di Giunta e Montinaro e lo spazio del vino

Il lavoro di Zandri si sviluppa accanto alla cucina di Natale Giunta e Kerim Montinaro. Il rapporto tra piatti e bevande riguarda la costruzione dell’offerta, dall’aperitivo alla cena. Chi sceglie il bar trova anche una proposta gastronomica, mentre il ristorante permette di approfondire il percorso attraverso i menu degustazione e gli abbinamenti.

Tra i percorsi della cucina, Terre Connesse mette in relazione Lazio e Sicilia. Il menu comprende il gambero rosso con arancia e pecorino, la melanzana con ricotta e caponata, il risotto alle mandorle con finocchietto selvatico e animelle. Seguono i plin di tartare di manzo con ostrica e salsa verde e le ribs di maiale alla diavola con broccolini. Accostamenti che descrivono una cucina attenta ai contrasti, con ingredienti riconoscibili e lavorazioni contemporanee. 

Il vino conserva uno spazio definito. Il ristorante prevede percorsi di abbinamento al calice, mentre la selezione pubblicata comprende Champagne e Franciacorta, bianchi italiani e francesi, rosati e rossi di territori diversi. Tra le etichette figurano Mozia di Tasca d’Almerita, Villa Gemma Bianco di Masciarelli, Les Sétilles di Olivier Leflaive, il Barolo Undici Comuni di Arnaldo Rivera e Montiano di Famiglia Cotarella. 

Quattro analcolici e un servizio che spiega le scelte

Accanto agli otto signature, Back to the Bar comprende quattro creazioni analcoliche. Il metodo resta legato alla ricerca sulle ricette storiche, con tè, radici ed estrazioni botaniche impiegati per costruire complessità aromatica. L’assenza di alcol richiede una diversa progettazione del drink, lavorando sul rapporto tra le componenti e sulla persistenza del gusto.

Anche l’estetica risponde all’identità della carta. Bicchieri dalle linee leggere, attenzione ai colori e decorazioni misurate accompagnano il servizio. I nomi rimandano alle ricette di partenza, alle loro origini o al carattere della nuova interpretazione, offrendo al personale un punto di partenza per spiegare le preparazioni.

Il racconto diventa utile quando orienta la scelta: chiarisce la presenza di un ingrediente, il ruolo di un’infusione o la differenza rispetto al classico. A Oro Bistrot, accanto alle riletture, si ordinano anche le versioni originali. L’assaggio a confronto permette di riconoscere direttamente quanto è cambiato nel bicchiere. 

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