Il Friulano, grande bianco sottovalutato: Le Vigne di Zamò e la maturità nascosta dei Colli Orientali

Per tante, e spesso inspiegabili ragioni, alcuni vini conquistano subito il successo di pubblico e di mercato; altri, invece, pur non avendo nulla da invidiare a vigneti più blasonati, restano indietro in fatto di percezione pubblica. Il Friulano appartiene a questa seconda categoria: è uno dei bianchi italiani più riconoscibili, ha una vocazione gastronomica evidente, una capacità rara di leggere i suoli diversi e una storia culturale profondamente intrecciata con quella della regione. Eppure continua spesso a essere raccontato meno di quanto meriti, schiacciato tra la forza commerciale del Pinot Grigio, molto più leggibile sui mercati internazionali, la fortuna recente della Ribolla Gialla (diventata in pochi anni una delle parole più spendibili del vino del Friuli) e una vicenda nominale che dal 2007 ha cambiato per sempre il modo in cui il vecchio Tocai Friulano poteva presentarsi in etichetta.

Fino ad allora, il nome Tocai Friulano aveva una forza immediata, domestica, perché apparteneva insieme alle osterie, alle cantine, alla mescita quotidiana e alla memoria familiare di un territorio che in quel vino riconosceva una parte di sé. La tutela europea dell’indicazione geografica ungherese Tokaj impose alle aziende italiane di abbandonare quella denominazione e di adottare il nome Friulano, corretto dal punto di vista normativo e ormai consolidato sul piano produttivo, ma meno carico, almeno all’inizio, di quella riconoscibilità sedimentata che il vecchio nome continuava a conservare nel parlato e nell’immaginario locale.

Proprio questa frattura, insieme alla naturale discrezione tipice delle genti del Friuli, ha contribuito forse a lasciare il Friulano in una posizione paradossale: centrale per l’identità regionale, decisivo per comprendere la grande maturità dei bianchi friulani, estremamente versatile a tavola, eppure meno evidente, meno codificato e meno spendibile di altri vini bianchi della stessa area. È da qui che diventa interessante leggere il lavoro di aziende come Le Vigne di Zamò, capaci di lavorare il Friulano non come un semplice vitigno simbolo, ma come una materia viva, sensibile alle parcelle, alle pendenze, alle esposizioni, all’età delle piante e alle scelte di cantina.

La cantina si trova a Rosazzo, in provincia di Udine, nel cuore della DOC Friuli Colli Orientali, una delle aree più vocate della regione, dove la viticoltura non è soltanto un settore produttivo, ma una forma di lettura del paesaggio. La storia aziendale comincia nel 1924, con l’osteria di Manzano di Luigi Zamò, e arriva oggi a una realtà che coltiva 65 ettari distribuiti tra Rosazzo, Buttrio e Rocca Bernarda, tre contesti vicini ma distinti, nei quali il Friulano può assumere accenti diversi senza smarrire la propria riconoscibilità. La certificazione biologica, ottenuta a partire dal 2021, aggiunge un ulteriore elemento a questo percorso, perché sposta l’attenzione sulla gestione agronomica della vigna e sul rapporto tra suolo, pianta e intervento umano.

In questo quadro, il cambio di nome da No Name ad Animo ad uno dei loro vini di punta assume un significato che va oltre il restyling di un’etichetta: se No Name era una formula costruita volutamente sull’assenza – quasi una risposta indiretta a una vicenda per la quale il Friulano aveva dovuto rinunciare al proprio nome più antico e più radicato – Animo, al contrario, sceglie una parola piena, forte, precisa tanto da indicare una direzione, quella di rivendicare una profondità diversa, più legata alla vigna, al tempo e alla capacità di accompagnare la cucina. La forza del Friulano, infatti, sta anche nella sua versatilità gastronomica: è un bianco che può restare quotidiano senza diventare banale, può sostenere piatti di mare e preparazioni vegetali, può dialogare con formaggi, salumi, carni bianche, paste ripiene, cucina di confine e piatti di maggiore struttura. Questa adattabilità, che un tempo ne faceva il vino naturale della mescita e della tavola friulana, oggi può diventare uno dei suoi principali elementi di contemporaneità, soprattutto in un mercato che chiede vini riconoscibili, territoriali, capaci di sostenere l’abbinamento senza appesantirlo e senza ridursi a semplice aperitivo.

Il lavoro di Le Vigne di Zamò sui cru conferma proprio questa possibilità di leggere il Friulano a una scala più fine. Masar di Rosaz, Humberg 1362 e Bosc di Bros non sono soltanto tre etichette, ma tre modi di osservare lo stesso vitigno attraverso luoghi differenti. Masar di Rosaz nasce a Rosazzo, dove la storica vocazione del territorio per i bianchi trova una delle sue espressioni più riconoscibili; Humberg 1362 porta il discorso verso Buttrio, con una diversa interpretazione della collina, della maturazione e della profondità; Bosc di Bros, legato a Rocca Bernarda, aggiunge un ulteriore frammento di paesaggio, confermando quanto le differenze di suolo, esposizione e gestione della vigna possano modificare il carattere del vino senza snaturarne l’identità. Accanto al lavoro sui cru, Vigne 50 anni permette di introdurre un’altra dimensione decisiva, quella del tempo. Le vigne vecchie raccontano una profondità diversa, meno legata alla sola espressione aromatica e più alla struttura, alla persistenza, alla capacità del vino di uscire dalla percezione del bianco semplice, giovane, immediato. È qui che la grande maturità dei bianchi friulani diventa più evidente, perché il Friulano, quando nasce da piante adulte, da suoli ben letti e da vinificazioni rispettose, può mostrare una tenuta e una complessità che lo avvicinano ai grandi bianchi italiani da tavola e da evoluzione, senza perdere quella naturale misura che appartiene al carattere del territorio.

È questo, forse, il punto più sottovalutato quando si parla di Friulano fuori dal Friuli: troppo spesso lo si considera come una categoria unica, un bianco regionale immediatamente riconoscibile e quindi rapidamente archiviabile, mentre nelle sue migliori interpretazioni il vitigno dimostra una sensibilità molto più complessa. Le differenze tra una parcella e l’altra non restano un dettaglio tecnico, entrano nella struttura del vino, nella sua tensione, nella sua ampiezza, nel modo in cui regge l’evoluzione e nel modo in cui si comporta a tavola.

Il Friuli, del resto, è una terra di confine anche nel vino. Guarda alla Mitteleuropa e all’Adriatico, alla cultura contadina e alla tecnica, alla memoria delle osterie e alla precisione della viticoltura contemporanea. È una regione che produce vini di grande profondità, capaci di farsi capire lentamente e di rimanere impressi senza cercare effetti speciali. La ricchezza è nei suoli, nelle colline ravvicinate e diverse, nella competenza delle aziende, nella capacità di lavorare con strumenti moderni senza perdere il rapporto con una tradizione agricola molto antica. La sua forza sta nella misura, nella versatilità, nella capacità di cambiare voce da una collina all’altra, nella possibilità di essere insieme vino quotidiano e vino di profondità. Per questo il lavoro di realtà come Le Vigne di Zamò è importante: perché ricorda che il Friulano non ha bisogno di essere reinventato, ma raccontato con maggiore precisione, lasciando emergere ciò che il territorio custodisce da sempre sotto la sua apparente discrezione.

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